Marco
Era un vecchio autotrenista, mani grandi e callose, il viso spaccato dal sole, cuore grande, moglie piccola e minuta, naso rosso di vino senza mai esagerare, tantissime storie da raccontare, e tanta voglia di farlo, un tavolino, un buon piatto di spaghetti e il vino buono, ti sedevi accanto a lui e ti si apriva un mondo nuovo, fatto di notti insonni, di paesi raccontati dal tavolo di un ristorante. Semplice ed onesto come un bicchier di vino, quello buono che non da' in testa. Mi ricordo, piccola vicino a questo omone grande, che mi parlava, intercalando con "E' una cosa pazzesca" e per anni poi mi sono portata dietro il suo modo di esprimere stupore e appagamento, molto spesso associate ad un buon pasto, la mia curiosita' culinaria nasce alla sua scuola, "Non devi mai aver paura di assaggiare un piatto, e mai chiedere di cosa e' fatto, chieditelo tu, chiedi al tuo palato se ti piace, poi conoscilo, piano, conosci le sensazioni che ti procura" ed io cosi' ho imparato a fare con tutto, filosofia genuina da bevitore. Ora, spesso, davanti ad un piatto nuovo, che sia pasta e fagioli o Nigirizushi o un novello, mi fermo a chiedermi cos'e', così provo con una conoscenza nuova, mai fermarsi all'etichetta, cosi' ho scoperto che a volte gli ultimi hanno da dire molto piu' dei primi della classe. Ogni citta' un'avventura, ogni avventura un piatto, e poi la guerra, l'aveva fatta, lui, e non si stancava di raccontarla. Gente semplice coi calli alle mani, una passione per la campagna, gli innesti, gli animali da cortile, ricette segrete per far crescere le piante, un vecchio alchimista, terra in cibo, una vera ossessione per il cibo non doveva mai mancare, non sopportava l'idea che si sprecasse, come tutti quelli che la fame l'han patita davvero, cosi' mi ritrovavo a mangiare il pandoro a agosto e la colomba a novembre, merende fuori stagione, ma non per questo meno buone no? La casa tirata su in gran fretta una notte, la cantina col soffitto basso, ed un'immagine che mi dava i brividi: un Cristo con gli occhi che ti seguivano qualunque posizione scegliessi nella stanza, tanto avevamo condiviso, quell'omone enorme e quella bambina piccola piccola, forse era mio nonno, non ho mai creduto che la parentela la facesse il sangue, io il nonno non l'avevo, e' la sventura di nascere per ultima, le persone care hanno sempre fretta di andare, per riunirsi di nuovo la', oltre il confine del giorno, io che un nonno non l'avevo me l'ero trovato da sola, là, in un paesino abusivo di gente alla buona, dove le porte avevano la serratura per abbellimento, passavo pomeriggi interi con lui, quando era possibile ancora lasciare un bambino con un adulto senza provare un brivido alla schiena. Se n'e' andato male, l'ha tradito proprio lo stomaco di ferro che aveva, morto di cancro in un anonimo letto d'ospedale, ci siamo rivisti per caso, ho incontrato la figlia andando a far visita a mia madre stesso ospedale. Non lo vedevo da molto avevo venduto la casa di campagna dove avevo passato l'infanzia da qualche anno ormai, lui nonostante gli anni era sempre lo stesso, non aveva perso la voglia di raccontare, "E' UNA COSA PAZZESCA", ancora nelle orecchie quell'intercalare, era diventato una tappa fissa, prima di passare da mamma, ritornavo bambina per un attimo, prima di scontrarmi col mio, ormai prossimo, futuro di donna, ora lo porto con me in ogni piatto ed ad ogni sorso, ora so che di là mangiano davvero bene, in paradiso c'e' un cuoco fantastico.
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 13:00 |
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Creatura di strada.
Tutte le mattine scendevo dalla metro a piazza S.Giovanni, di corsa verso il tram per recarmi all’università, tragitto che si ripeteva uguale tutti i giorni ed ogni giorno, tappa fissa in un percorso ad ostacoli trovavo lei: una bella donna un tempo, ora sulla sessantina, scialle nero, capelli raccolti in un chignon leggermente striati di bianco, seduta sulla carrozzella sotto l’arco dalla parte che dà sulla statua di S.Francesco. Composta nella sua richiesta, sempre sorridente, non lagnosa, una buona parola per chiunque si fermasse un attimo e le tendesse la mano. Per anni e’ stata per me null’altro che questo, un paio di occhi vispi e una mano tesa non completamente all’uscita della metro sul tragitto che mi portava all’università, la dignita’ in un gesto. Per anni ho evitato soffermarmi ad osservare quella creatura di strada, quasi come non appartenesse alla specie umana, ma fosse un’essere diverso, libera dalla sofferenza, come un pesce in un acquario, quasi appartenesse alla città come l’arco dove stazionava, condannata a permanere li’ per sempre, non c’era nella mia mente un prima ne’ pensavo ci sarebbe mai stato un dopo.
Puntuale ogni mattina come un’impiegato di banca, sempre pulita ed in ordine, le rare volte che era mancata all’appuntamento, una fitta di preoccupazione m’aveva preso, era normale per me , uscire dalla metro, passarle al fianco darle il buongiorno, mille lire e sorriderle e la giornata assumeva un sapore migliore.
Il mio primo stipendio ha sorriso anche lei, piu’ del solito, perche’ passando le ho lasciato 50.000 lire e lei e’ rimasta per un’attimo interdetta, ma come? E io sorridendo le ho detto che ora eravamo piu’ ricche e il primo stipendio si spendeva tutto! Mi ha sorriso facendomi i complimenti. Anni ci hanno visto complici sotto quell’arco, capiva quando avevo un’esame, e aveva sempre una parola di incoraggiamento, ma sempre costante rimaneva in me l’assenza di una presa di coscienza del suo stato di essere sofferente.
Poi non ci sono passata piu’sotto quell’arco, la vita ti cambia i percorsi, l’ho rivista qualche sera a Termini, fiera nella sua carrozzella, un lampo negli occhi, un sorriso. Poi una trasmissione televisiva, per caso sapere di piu’ della sua storia, per scoprire che la sua vita era stata un tempo normale.
Un matrimonio sbagliato, una vita da ricominciare da sola, l’affitto che diventa tangente troppo alta da pagare, i primi tempi un’amica che vive da sola le aveva offerto asilo, senza casa non si regge a lungo, cosi’ si era trovata a vendere le sigarette di contrabbando sotto la metropolitana, destino beffardo aveva voluto che un giorno, complice un giramento di testa sotto la metropolitana ci finisse davvero, la metro le aveva portato le gambe e con quelle l’ultima speranza di rifarsi un giorno una vita normale, da allora mamma stazione l’aveva presa con sé, lei un tetto non lo nega a nessuno, il conducente di quella metro a farle da angelo custode per sempre come se a spingerla sotto quei vagoni fosse stato lui non la sfortuna.
La stazione con le sue leggi non scritte, luogo di passaggio per tanti, casa per alcuni, universo a parte, in cui si fa guerra tra poveri per un giornale usato, per dei cartoni asciutti, dove se ti addormenti male senza aver messo in salvo il tuo mondo fatto di poche buste riescono a portarti via pure il niente.
Quella trasmissione mi dava luce su un gesto ripetuto uguale ogni giorno per anni, scoprire che quel sorriso aveva un nome, una storia… Per una volta guardarla svegliarsi, faticare di braccia per portarsi sotto quell’arco, e come in un flash ho rivisto quel gesto, con una vita attorno, ho ridato dignita’ umana ad una creatura di strada.
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 13:52 |
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Un libero uomo di chiesa:
Sguardo un po’ assente come di chi ha sempre mille pensieri in testa, barba lunghissima da monaco ortodosso, curata e pettinata, capelli bianchissimi e forastici, lunghi alla einstein . Abbigliamento da ragazzo dei fiori anche a pochi anni dalla pensione, incoerentemente prete.O meglio lontano dalla mia visione di prete, lui non predicava dall'alto di un pulpito la domenica, lui si metteva con te seduto ad una fraschetta e teorizzava, tra una fetta di salame e l'altra... Scontri tanti, i miei mi obbligavano a fare religione, allora credevo fosse per bigottismo, ora capisco che qualche volta dovevano essersi incrociati mio padre e quel prete e forsse non era un caso che fossi obbligata ad ascoltarlo. Obbligo che si era tradotto quasi subito in piacere, mi piaceva il mio essere contro, il mio contestare quel prete in prima linea.
Aria bonaria di chi di lotte in vita ne ha fatte tante, scapaccioni buoni i suoi, lui che pur essendo prete insegnava le religioni. Lui che faceva scegliere a noi l’argomento delle lezioni, io carognetta trovavo sempre qualche argomento che lo metteva in croce, lui che ti raccontava il mondo come l’aveva visto, io che gli parlavo di come l'avrei cambiato, perche’ aveva girato tanto ma non si era stancato di farlo, pochi giorni dopo il nostro incontro, sarebbe dovuto partire per il sudamerica, in tenda...e dire che aveva passato gli ottantanni, ma sembra fortissimo ed eterno. L’ho rivisto in casa sua, la casa piena di oggetti come la sua testa piena di pensieri, perso in mille attivita’, un’extraclericale o meglio un prete cattocomunista, lui che aveva una teoria sua in cui si perdeva per ore, se gli chiedevi di spiegartela. Cattolicesimo e comunismo avevano molti punti in comune,anzi diceva torturandosi la barba, Gesu Cristo era comunista! Da scomunica… Eppure non era mai uscito dalla chiesa, il sistema va cambiato dall'interno diceva e di quella chiesa si sentiva parte attiva, motore pulsante... Ora sara’ lassu’ ad insegnare l’internazionale agli angeli…
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 16:49 |
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L'esercizio più difficile
Il sole accende una parete a vetri opachi, la porta è semiaperta, tu sull'uscio impietrita, non è orario di visite, non ti aspettavi di trovarmi in piedi ad una ventina di metri da te, sembri invecchiata, la vita, torrente ingrossato alcune volte scava rigagnoli sul viso, mi concentro sul tuo viso e vengo avanti.
La mano destra scivola sul muro rugoso e scrostato di quest’ospedale di provincia, cercando stabilità, la sinistra si muove a balzi sul corrimano, ad ogni balzo si trascina dietro come puo’ il resto del corpo, per obbligare le gambe a venire avanti, un passo alla volta, qualcuno deve aver fermato il tempo era estate pochi giorni fa... stavamo andando in vacanza, ora qui ho freddo, avevo 15 anni pochi giorni fa ora?
Vista da qui ora tu sembri piccola, il controluce mi fa perdere piena coscienza dei colori, la retina era abituata al bianco del soffitto, vista da qui piu’ bassa, piu’ stanca, le braccia stringono la bottiglia di plastica contro il petto, ogni altro muscolo rimane li’ impostato per mostrare calma, sul viso ti si disegna un sorriso, falso, aggrapparmi a quel sorriso e procedere.
Dio che fastidio la luce, una luce in fondo al tunnel, in fin dei conti l’ho gia’ vista questa scena, e non che quei pochi centimetri alla nascita fossero stati meno faticosi da fare no? Ma cosa vado a pensare ora? Sorrido mi distraggo manco la presa…
Barcollo un pò, le pantofole anatomiche mi danno fastidio, due ricci riposano sotto la pianta dei piedi, dio benedico, quel fastidio! Continui ad osservarmi, non ti muovi, stai morendo dentro ma rimani, ferma, decisa, mi guardi mentre mi avvicino quel sorriso pare meno impostato, com’e’ falsa la calma che mostri! Stai osservando ogni mio passo instabile, con una lentezza indescrivibile, attimi di fatica estrema e il tuo sguardo fisso su di me, la mia fatica è la tua, il mio respiro segue il tuo, il cuore batte lento, lo sento nitido dentro di me, sono viva!
E sono in piedi, accidenti un altro passo, movimento involontario elevato a esercizio di stile, sento crescere in me la consapevolezza ,eccomi qui, di nuovo in piedi, io posso farlo, io da sola posso di nuovo farlo, non mi hanno fermata e vengo fiera verso di te, come 15 anni prima tronfia, felice, e come allora mi tendi le braccia mentre faccio l'ultimo sforzo, ma non prima che quell’interminabile corridoio che ci separa si riduca ad un passo, le tue braccia allora si aprono d'istinto lasciando cadere la bottiglia, un tremolante, instabile passo, aggrappata al corrimano avanzo, devo… farcela… da… sola, e il tuo abbraccio è un nido caldo in cui riposare stremata , e non c'è pace senza... Un ricordo tutto nostro, nessuno prima di questo, scritto, pubblicato, nascosto e riscritto ancora e non so ancora se nella versione finale, ora inizi ad essere ma non è tempo di fermarsi ora il viaggio continua rimanimi accanto, parlare di te e’ l’esercizio piu’ difficile.
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 11:06 |
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La fabbrica era composta sei locali al pianoterra di una palazzina, vi si accedeva da tre diverse entrate,una dava direttamente sulla strada,una eranell'androne di'ingresso della palazzina, ed un'ultima dava su un piazzale dove era legato un grosso cane ringhioso che passava le sue giornante dormendo all'ombra di un pergolato e si svegliava solo quando un'automobile faceva il suo ingresso nel piazzale, allora raccolgieva tutte le sue forze e dava a modo suo il suo benvenuto agli ultimi arrivati.
Ogni nostro arrivo era una festa, ricordo da bambina il viaggio fatto col viso schiacciato al finestrino posteriore a tratti guardavo verso mio padre chiedendo e' qui? E papa' paziente, no e' presto... cosa attendevo con tanta trepidanza?
La linea... si la linea che segnava il confine tra il lazio e la campania, passata quella era gia' casa... perche' chi e' figlia di emigranti lo sa, di avere due case, due anime, due sensibilita' due cuori che raramente battono all'unisono. Tutto doppio si è sempre doppiamente stranieri... non cittadina per i cittadina e non del paese per quelli del paese... Dico figlia di emigranti e mi vengono in mente le canzoni che sentivo alla radio la mattina presto appena sveglia... "Partono i bastimenti... pe' terre assai luntane... " Beh i miei non erano di certo quel tipo di emigranti... in fin dei conti Roma seppur lontana era sempre Italia no?
Eppure sembrava una realtà distante anni luce... La fabbrica gli zii, tutto aveva un sapore un'odore diverso... anche l'aria... mi ci svegliavo apposta presto la mattina... per sentirla nelle narici, buona sapeva di pino... poi per me significava andare da mia cugina... ci avevano separate che eravamo piccole, il padre dopo una malattia aveva deciso di tornare a casa, tra i suoi... ricordo le lacrime nascoste di mia madre e il mio prendere atto lentamente che non sarebbe tornata piu' in quella casa a due passi da casa mia.
Il cimitero era tappa fissa tutte le volte che scendevamo, la maggioranza delle volte di domenica mamma acquistava sempre i fiori da un parente che abitava davanti al cimitero, i lumini quelli no, erano fatti in casa, nel senso che la fabbrica produceva lumini, quando la dismisero mi fece effetto leggere Di Giorgio sullo scatolone che stazionava in cappella, il nome naturalmente era diverso, la fabbrica non esisteva piu', e forse con lei anche quel mondo chiassoso di bambina,se n'era andato con lei... i tour de force fatti dalla famiglia tutta per ognissanti in cui venivano chiamati i rinforzi dalla citta' perche' il lavoro era tanto... e noi ragazzini mettevamo i tappini forati sui lumini che procedevano in fila indiana verso di noi spostati da un grosso nastro trasportatore... lo zio piu' adulto faceva i conti nell'ufficio, l'altro tirava fuori le candele lunghe dall'acqua e disegnava sullo stelo: con a vernice rossa 5 puntini poi cambiando pennello un puntino giallo di nuoco un cambio e con il pennello verde il gambo e le foglie, ed il miracolo era completo... Le donne erano divise in gruppi, ognuna aveva un suo compito specifico, la mente non mi aiuta stasera nel descrivere ogni singolo impegno, ma diciamo che era come vedere una meccanismo ben oleato in cui ogni rotellina era conscia dell'importanza di far presto...
Il camion della Tamoil che scaricava il materiale per produrre la cera sintetica, uno ad uno se li e' portati via quella fabbrica prima e dopo la chiiusura i fratelli di mia madre... e forse... mah ora manco da due o tre anni, sono due o tre anni che non aspetto col viso schiacciato al finestrino di dietro che passi la linea... forse e' tempo di passarla di nuovo, e' rimasto il piazzale il cane non c'e' piu', e la visita domenicale ha una tappa in piu', e' voluta tornare a casa dai suoi... e forse e' tempo che torni anche io in quei posti, ai figli di emigranti prendono strane malinconie...
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 03:47 |
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Il primo ricordo della casa natale di Francesco e’ un grande cancello a verde e una recinzione su tre lati, l’ultimo lato era lasciato libero, altrimenti il vento non passa… e poi non e’ conveniente chiudere tutto perche’ senno la gente chissà che si pensa che tieni… E poi cio’ che hai non e’ veramente tuo in quelle zone, in alcune zone della campania, tu hai quello che ti e’ permesso tenere, e puoi tenere solo quello che non serve a chi e’ piu’ forte di te, o ha piu’ amici di te, o ha amici che hanno amici piu’ forti dei tuoi amici… E’ diverso il concetto di amicizia in Campania… Allora perche’ mettere recinzioni? I Campani, dico cosi’ ma leggi Siculi, Sardi, Lucani, Calabresi, hanno smesso di credere nel concetto di proprietà privata molto prima dei comunisti! Dicevo, perche’ mettere recinzioni quando se hai qualcosa che interessa a qualcuno che te la puo’ chiedere sei costretto ad aprire il cancello e dirgli di scegliere… Non c’e’ Stato in alcuni luoghi, Italia e’ Geografia, non che lo stato sia assente, diciamo che e’ assente giustificato, ed in sua vece c’e’ un parastato capillare, fatto di cortesia favori e qualche cadavere lasciato in strada…
La casa dalle mura rosate, un tempo forse era stata rossa, sviluppava su due piani, ma la facciata che dava sulla strada era copletamente ricoperta dall’edera, i punti in cui questa era trapassata erano venati dai solchi lasciati dalle radici…
No, non tutte le case rurali somigliano al mulino bianco, anzi i casali toscani tirati a lucido, con i sassi spolverati uno ad uno e il quadrifoglio piantato nelle aiule sennò fa polvere sono l’antitesi della cultura contadina, infatti gli inglesi fanno a gara per acquistare le masserie toscane provate a vendergli un casale nel cilento!
Dai vetri delle porte finestre che davano sulla corte interna, facevano bella mostra di sé le tende scampate al terremoto, la casa era sopravvissuta al disastro dell’80, il terremoto aveva sfiorato la casa, solo il cimitero era stato colpito, non c’erano palazzi alti cinque o sei piani in paese… erano tutte case alte massimo tre piani. La casa si era solo “lesionata”, lesionata mi viene da sorridere, dall’80 il vocabolario dei Campani di una certa eta’ fatto per il 90 % di napoletano, ha acquisito una parola nuova, lesionato appunto, molte case nel napoletano sono state definite Lesionate anche se era venuto giu’ il tetto e c’erano crepe strutturali sui muri portanti, ma avere la casa lesionata era una fortuna, come dire “era na cosa bbona, se er lesionat nun te ne faceven ii rint ‘e ccase e lammier, addo’ quanne’ a viern schiatt e fridd e quann’è a staggione t’ mori e cavr ” [avere la casa lesionata era una fortuna, se era lesionata non ti mandavano nei container, nei container quando e’ inverno muori dal freddo quando e’ estate muori di freddo ] , era una fortuna perche’ potevi rimettertela su tu piano piano farti rimborsare ti anziche’ aspettare che te la rifacesse il comune… ti sarebbe stato assicurato un tetto sulla testa in pochi mesi… a chi ricostruiva accanto alla casa crollata gliela buttavano giu’…
Sotto la tettoia in lamiera, le gabbie coi conigli e come ripostiglio i pensili di una vecchia cucina americana rossa, residuato del boom economico, e’ passato anche da queste parti ti viene da pensare guardando Francesco prendere le manciate di mangime da quello che una volta era un scolapiatti abilmente modificato… Che il boom ci sia stato anche qui, lo testimonia il bar del paese, un esempio di modernariato nella stigliatura… le insegne con le scritte in Courier …
Eppure lo amo questo paese, coi bagni esterni dai vetri colorati, che sa di pomodori quando e’ periodo di conserve, che ha l’odore forte del basilico, e delle piante di limone… Dicono che i Campani hanno un rapporto speciale con la terra e il mare eternamente divisi tra le radici e la voglia di partire per vedere il mondo, ma con la lacrima facile e la malinconia di fronte ad un piatto di pasta al ragù. Ed io che ho il doppio passaporto, Romana di nascita e crescita, Campana di origini lo sento il richiamo del mare e il profumo della terra…
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 11:02 |
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Mani lunghe da pianista, sguardo vivo, viso segnato dal tempo, tre grosse linee ai lati delle palpebre denotavano la sua naturale predisposizione al sorriso. Una persona vitale e allegra, capace nel suo lavoro fuor di dubbio, ma capace di sviluppare una curiosità quasi morbosa per ogni novità venisse introdotta nella sua vita… Faceva apparire tutto leggero, anche la sua malsana abitudine di saltare il pranzo, e i turni massagranti da 32 ore, che terminavano con una lezione di informatica,con me, praticamente negato per tutto ciò fosse inanimato, capace di passare 10 ore in sala operatoria, ma stanco dopo 10 minuti passati davanti al pc… inutili tutti i miei sforzi di fargli fare un pasto decente... perso in mille pensieri mentre cercavo di infilargli in mente lo stretto indispensabile per sopravvivere alla sua segretaria…
Normale, quasi comune come persona durante i nostri incontri, scanditi dall’alternarsi dell’interfono e del suo cellulare, non dissimile dai dirigenti incontrati prima di lui, unica differenza tra lui e gli altri era una piccolissima cabina armadio seminascosta sul fondo dello studio. Alcune volte il telefono squillava e ila sua espressione mutava, diveniva piu’ tesa, si contraeva in un saluto affrettato e Fabio spariva alle mie spalle inghiottito dalla cabina armadio, per ricomparire qualche attimo dopo in verde, la lezione si interompeva col lancio delle chiavi,<Lasciale a Francesca, ti chiamo per fissare la prossima, scusa.>
Alcune volte si lasciava cedere alla stanchezza e mentre stavo spiegandogli qualcosa distogliendo lo sguardo dal pc, rimanevo a fissarlo, mentre sereno, dormicchiacchiava con la testa buttata all’indietro sprofondato nella poltrona nera della scrivania, l’incarico più inutile della mia esistenza, sarebbe continuato per anni, praticamente ero una scusa per permettergli di fermarsi…
Fabio mi ha insegnato l’importanza di non prendersi sul serio, di non farsi sopraffare dalle preoccupazioni, di lavorare con la calma che ti viene dall’impegno costante, il sacrificio che viene spontaneo e non pesa, la capacita’ di chiedere molto a chi puo’ permetterselo e non chiedere niente a chi ha niente da dare…
Così nei suoi tremila impegni Fabio trovava il tempo per giocare, si giocava coi bambini dell’oncologico ogni mercoledì, era piu’ facile che saltasse un consiglio d’amministrazione della clinica che saltasse quell’apuntamento allora poteva capitarti di vederlo trasformarsi in un cavallo con tanto di coda di carta, o in mastro burattinaio, e li’ ti capitava di vederlo ridere, capivi il perche’ di quei tre solchi ai lati delle palpebre… e ti capitava di vedergli improvvisare i giochi piu’ strani in corsia, la disperazione di Suor Alessandrina, gli urli che salivano al cielo e poi finivano in una risata corale…
Ogni mercoledì era pronto a scendere all’inferno come scudo un sorriso, dimentico di tutto cio’ che sapeva, per illudersi di poter migliorare per un pomeriggio l’umore di quei cuccioletti d’uomo non sanarne i corpi, rinunciare ad usare tutto cio’ che sapeva e aveva imparato in anni di studio e dedizione e indossare abiti civili, mai visto girare in camice il mercoledì anche la clinica non era la sua, civile in ospedale civile, <Questo mi fa stare bene, sapere che quei bambini io devo solo farli ridere, non devo curarli, ti invidio Evdea perché non sai e quindi non capisci cosa stai guardando> e mentre te lo diceva toccavi con mano l’impotenza, la debolezza che viene dall’aver preso coscienza dei propri limiti, una rassegnazione al dolore… Poi saliva sul Jaguar e andava a bersi qualcosa di forte… beh ognuno ha i suoi “mezzi” per reagire!
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 11:02 |
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Chissà com'e' il mare a Forio stasera, conosco un posto dove vorrei portarti, c'e' una piccola scogliera, sulla scogliera i resti di una fortificazione della seconda guerra mondiale, sulla fortificazione corre la strada in terra battuta che collega il lungomare ed il centro storico con la baia di S.Francesco. Quando lascia la fortificazione e si insinua tra le case diventa lastricato bianco cosi' bianco che nelle giornate di sole durante le ore piu' calde quasi abbaglia... non ci si puo' perdere in quell'abbraccio di mura bianche che tornante dopo tornante in una lunga e ripida discesa ti prende per mano e ti conduce alla spiaggia...
Il mare di Forio, mare d'isola, non lo tieni, e' un cavallo brado, arriva prende cio' che vuole e se ne va, per acquietarsi stanco nel Golfo di Napoli, al termine della corsa... Nessun turista si arrischia a metter fuori il naso dal'albergo in un giorno di tempesta...In quei giorni il bar sulla scogliera era il mio rifugio, quando Mario aveva voglia di tirar giu' la saracinesca e salire in casa, lasciava me a guardia del forte... il mio primo caffe' espresso l'ho fatto in quel bar... ricordo la paura che avevo e Mario che rideva... mi lasciava le chiavi della cassa poi prendeva il marsupio con il grosso dell'incasso e mi salutava: "Tanto con questo tempo in tutta l'isola ci sei solo tu in giro! Quando sei stanca sali... ". In quel bar ho fumato la mia prima sigaretta, tutta intera... e come tutti ho tossito e sono stata male e ho detto: "Mai piu'!". ( Si riuscisse a tener fede a questo giuramento...). Come rideva Mario... C'era mare grosso, io avevo preteso la mia cioccolata calda in pieno Agosto e Mario si era versato un caffè, l'aveva bevuto con calma, seduto su quello che doveva essere stata una torretta di avvistamento, un semicerchio di cemento armato che sporgeva di poco sulla scogliera, completametne mimetizzato tra gli scogli, da lui rasformato in una piccola alcova per i clienti, con tanto di tavolino rotondo e cuscini ovunque, posto per me off limits col bel tempo, ma mia residenza ufficiale durante i temporali estivi... Alla mia flebile domanda: "Mario mi fai fare un tiro?" Mario scoppio' in una fragorosa risata, mi passo' una mano tra i capelli della frangetta e sentenzio' prendendo una Malboro Rossa dal pacchetto, " Guagliunce' io te la do' ma tu te la devi fumare tutta o non se ne fa niente..."
La mia voglia di fumare per quell'estate si arresto ai primi quattro tiri, gli altri che seguirono furono intramezzati da sonori colpi di tosse... per quell'anno non fumai l'anno dopo all'universita' tiro dopo tiro presi il vizio... E capii il perche' del gesto di Mario... Stasera mi manca Mario e le sue storie di mare, i cocktails improvvisati quando non ricordava gli ingredienti... se ero in zona lo faceva fare a me, poi fingeva di arrabbiarsi perche' avevo sbagliato, e minacciava di licenziarmi, cosi' il cliente beveva e non rompeva, impietosito dalle mie lacrime... Ignaro del fatto che io fossi una cliente... Quando il cliente lasciava il locale mi tirava il ricettario e mi chiedeva di rileggergli la ricetta, chiudeva sempre la lettura con: "Ecco che ci mancava, e io lo sapevo che questo non ci andava! mi scordo sempre, vabbe' ma come l'ho fattoi o e' piu' buono aggiungi alla fine , scritto bene mi raccomando, questo nuovo che se viene uino difficile mi invento un nome esotico e glielo servo! " e rideva, come rideva Mario... Chissa' se c'e' tempesta stasera...
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 00:46 |
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E' una notte strana di fine estate, una di quelle notti in cui e' troppo presto per andare a letto e troppo tardi per uscire, una di quelle notti in cui per quanto ti sforzi ad urlare il suo nome Morfeo non fa capolino tra le lenzuola per venire a cullarti... e allora che fare? Voglio ricordare... voglio chiudere gli occhi e pensare ad una casa tirata su alba dopo alba, giocando a nascondino con i vigili, le collinette di rena in cui facevano il nido le lucertole, e le uova che affioravano dopo estenuanti ricerche, i due filari di uva fragola sul retro della casa e la piccola guerra ingaggiata coi passeri perche' ci permettessero di assaggiare i chicchi maturi. Voglio ricordare la paura negli occhi di mia madre la notte in cui coprimmo il tetto. La prima stanza finita e quella finestra improvvisata... E il cartello spostato per permettere agli operai di posare l'intonaco esterno... Le cadute, le sbucciature e le ginocchia colorate dal rosso del mercurocromo... L'albero di amarene... i pomodori e le zucchine messe a seccare su tavolati sul tetto... Le alzatacce in inverno ed il freddo che appena arrivati ti entrava nelle ossa nonostante indossassi un pigiama sotto la tuta... le pozzanghere il fango e i falo' accesi nei vecchi cestelli inox delle lavatrici trovati per strada... Poi l'adolescenza e il rifiuto per tutto e per tutti, la nostalgia degli amici lasciati a Roma, e il mare troppo lontano, e la noia a riempire pomeriggi su una vecchia amaca, e la citta' agoniata e captata dalle onde medie della radio della macchina... e cosi' un bel giorno abbiamo chiuso il cancello cigolante alle nostre spalle ed abbiamo consegnato le chiavi del nostro piccolo tesoro ad una coppia di giovani sposi... e l'abbiamo tradito quel sogno costruito tra sudore e paura... di tanto in tanto torno a spiarla quella piccola casetta grigia che ora ha un nuovo portone e degli infissi in legno, sta cambiando ci somiglia sempre meno ma forse le serve per dimenticarci , ma stasera... io vorrei ricordarla com'era un piccolo angolo mai finito di paradiso, dove tra alti e bassi avevamo trovato un po' di tempo per essere felici...
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 02:38 |
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Ci dissero che non c'era più nulla da fare una mattina d'inverno, avevamo la vittoria in mano, illusione misera che tre anni di lotta c'avesso visti vincitori, le truppe erano stanche, ma pensavamo di poter uscire da un'incubo.Tre anni prima, una diagnosi: Leucemia, c'aveva dato un biglietto di sola andata per l'inferno, un'inferno di corsia d'ospedale, di corse contro il tempo, di attesa di valori ematici positivi in un saliescendi di analisi cliniche ma quei quarantacinque giorni di pena si erano allungati, quasi per miracolo, erano divenuti mesi, anni, tra l'incredulita' nostra e la sicurezza dei protocolli medici. Poi il trapianto, la sorella di mia madre scelta tra i piu' compatibili, tutti gli zii schierati a via Ramazzini per quell'esame, la scelta caduta su di lei, tanto uguale a lei, tanto legata a lei ed ancora: corsie cadenti, medici sorridenti, infermiere che chiami per nome quando arrivi trafelata dal lavoro e poggi la borsa col cambio per la sterilizzazione, le dimissioni, i capelli ricrescono, quel pulcino si sente forte e gioca con la nipotina appena nata, un dolore nuovo si fa spazio tra le pieghe dell'anima, segreto sottile in me, una vita nuova nella famiglia, unita in una trincea impalpabile, forte di speranza, la speranza che ti viene dall'incoscienza, e dall'amore. Tre anni di pena, e una nuova diagnosi, un'incredulità nuova, fatta di stanchezza, di voglia di uscire da quel nuovo inferno: Aneurisma Aortico, che diamine di malfunzionamento puo' avere un'arteria che si gonfia a palloncino prima di lasciarsi andare. Congenito, era stato lì anni o era una menzogna? Era frutto dell'applicazione testarda di quei protocolli? Mah, che fare? Non c'e' molto da fare e' una corsa contro il tempo e il cavallo è zoppo, eppure sembra forte, ma è minato da dentro: lottare, prendere assieme le poche forze rimaste e riunirsi ancora, fare muro, non credere che dopo tanti sforzi ci si ritrovi di nuovo mani legate ad aspettare, a chiedere ancora a quelle braccia tumefatte di sottoporsi con forza a nuove torture.
Ho visto piangere quella colonna marmorea di mio padre, l'ho visto debole, piegarsi ad un dolore nuovo, gli ho visto prendere una vita condivisa in ogni attimo, e trovare la forza di andare incontro ad un futuro incerto, testa dura, mani grandi, non era pronto ma chi lo era? Eppure, eccolo la' in prima linea, tra battute, sorrisi rigati di pianto, carezze che sembrano schiaffi e schiaffi col calore di carezze. Amore filiale il mio, no stima profonda, siamo due universi diversi, siamo isole nello stesso mare, cambia la fauna, ma la terra è la stessa, imperturbabili e fragili, inclini al riso anche quando ti giudicano pazzo, sculture di sabbia fine tenuti assieme dal mastice della tenacia e della voglia di rimanere in piedi e vivere qualsiasi sia il prezzo da pagare.
Poi una sera, una vittoria nuova per un'anniversario di matrimonio raggiunto oltre ogni piu' rosea previsione, una visita cardiologica l'indomani, lo specialista migliore, una decisione da prendere, puntare ora: rosso o nero. La pallina si ferma sul verde alle due di notte, prima ancora di poter puntare... La sirena di un'ambulanza nella notte, ancora oggi, e sono passati 5 anni, mi inquieta, mi mette a sedere nel letto, e ancora: soffio di porte automatiche del prontosoccorso, ci siamo e' la resa dei conti, testardi ancora abbiamo forza di sperare che quella battaglia fosse, appunto, l'ennesima battaglia vinta come sempre contro ogni piu' rosea previsione.
Il letto in reparto, lei sta bene, o meglio e' lucida, letto 17, chirurgia, mah... che diventiamo superstiziosi adesso? Ma arriva, denso e scuro il sangue, e non smette, a corre gelatinoso, si muove immenso blob e copre tutto, anche l'anima ha tirato fuori, ne sento ancora l'odore, ne vedo le macchie sulle lenzuola candide. Sperare, che perda i sensi, che si addormenti presto in un sonno lieve, è la resa, ma e' lunga, e torno a casa, lei sempre vigile, vado per poche ore, mi poggio sul divano, squilla il telefono, la voce rotta dal pianto di mia sorella, "Non c'è più"... - Cazzo no! e la mia vita? cazzo non hai visto nulla! Io non sono ancora niente... la laurea, il matrimonio, i figli, niente, la sfiga di essere nata per ultima, io non ho finito!Tu non hai visto nulla per Dio! - Crescere, cacciare indietro le
lacrime, andare nell'armadio a prendere i vestiti: quella camicia che mi aveva sempre impedito di mettere e mi piaceva tanto, incertezza, prendo due cambi d'abito, ma il cerimoniale era fissato da tempo, ipocrita, erano mesi che sapevi cosa fare e come farlo, che fai? fingi che sia capitato tutto inatteso?
Arrivo, bacio freddo sulla fronte, ghiaccio intorno al cuore, le volto le spalle, guardo le mie sorelle piangono, quasi le sgrido, il mio sguardo parla piu' di me, il cuore deve irrigidirsi e non cedere al dolore, non una lacrima, ricorda i bimbi forti non piangono, ma tu sei donna, puoi! No, sono in troppi a piangere intorno. Ipocriti! Che c'e' mostrate sorpresa? Che non lo sapevamo sarebbe finita così? Che non era già tutto stato scritto? E' Aprile, abbiamo rubato altri tre mesi a Dio! E Lui, sì, Lui, se li è ripresi facendoglieli vomitare tutti, minuto a minuto di tortura, di presa di coscienza che non ce l'avrebbe fatta stavolta. Perche'? Cos'altro vuoi? Che altro ti serve, quale altro tributo dovremo pagare ancora per avere elemosinato qualche giorno felice, per essere riusciti a fregarti e donarle la gioia di abbracciare quei due francobolli d'anima nati tumultuosamente dopo un'altro calvario in quella bellissima notte di marzo? Uno sguardo distratto a mio padre, non voglio vedere, non voglio leggere la solitudine, la fine di una vita comune in uno sguardo.
Per anni non ho dormito nel mio letto, mi sono accampata sul divano... sperando che quella telefonata fosse stato un incubo strano, che mi fosse concesso di dirle addio, guardandola negli occhi e di salutare quella vita che scivolava via piano come una vestaglia di seta, che scende lenta dalle spalle a terra, carezzando la pelle. Sento ancora nelle narici l'odore del piombo in quella mattina fredda: -Tranquilla mamma ci sono io, gli altri sono fuori, gli voglio rubare ancora qualche minuto, Loro t'hanno avuta più di me, io sono arrivata per ultima e per ultima ti lascio andare, io non me ne vado, sto qui, un passo indietro, ti tengo la mano adesso, ora che non fa piu' male, abbiamo finito di aggrapparci ai nostri egoismi, non abbiamo più nulla da chiederti, ti lasciamo andare, non fa piu' male, ha vinto Lui.
Pioveva, pioveva e io non piangevo non c'era tempo, il viaggio, l'ultimo verso casa, la chiesa che ti aveva vista bambina, scolaretta in nero e sposa in bianco, e quella cappella bianca da cui non saresti uscita per andare a comperare le paste in piazza una domenica come tante, odore di cera e marcilescenze di acqua che stagna attorno a gambi verde petrolio di rose troppo fresche ed odorose, non era il momento di piangere, c'era da essere muro, alternanza idiota di strette di mano, dolore misto a rabbia, lo sguardo che davo al prete durante l'omelia, era cosi' intenso da bloccarlo nei passaggi piu' idioti, diceva: -Sì, bravo parlami del tuo Dio, quello onesto e caritatevole che fa accadere questo, si dai davvero, ma sai chi era davvero mia madre, lascia tre figli e un marito che... siamo statistica ora? Se non fossi nata io avrebbero sofferto meno gli altri? Ipocrita! Non te ne frega nulla, la verità e' che sei di scena e dei portare avanti il numero, the show must go on...
Ricordi in un turbine, odore di fiori melenso che disgusta l'olfatto, e ancora gente, una folla di gente tra me e quel cumulo di terra battuta, miasma di finta primavera, colori che cozzano col buio ed il freddo che ti prende. Iris, gambo lungo, giallo e rosa antico, sono scesa, facendomi largo tra la folla, spostando di peso la figura incombente di una donna non che conoscevo, ed intralciava il passaggio, persa in un pianto fastidioso e tedioso: - Chi sei? Che vuoi? Che fai? Quel rumore sordo, strisciato di un corpo che scivola nella bara inclinata, appartiene a me, e' meta' di ogni mia cellula, con che diritto piangi? Che cosa vuoi? Fatti da parte! - L'ho passato al becchino e l'ha poggiato dormiente su quella terra rossa, la botola si e' chiusa lentamente in un colpo sordo, in una mattinata di primavera, ho voltato le spalle alla mia vita di bambina così, poi ho giocato a far peter pan per un'altro lustro, oggi dò un Addio adulto a mia madre, qui davanti a tutti voi, è tempo di crescere e di andare.
Trascritto senza assunzione di responsabilità:
evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 19:00 |
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Presepe di Stazione.
Meira è un piccolo colibrì di 18 anni, un velo di pelle olivastra a coprire un mucchietto d’ossa così sottili da sembrar cave, occhi nocciola intenso incastonati in un ovale perfetto, pelle immune dalle imperfezioni proprie dell’età, tanta voglia di sorridere nonostante i primi sentori gelidi d’inverno. Madonna musulmana in questo presepe di stazione, porta sempre con sè infagottata in un foulard fiorato Armanda, un piccolo batuffolo di ovatta bruno di poco più di due anni.
E’ nata nel posto sbagliato, come gran parte dei disperati che affollano questa stazione, unica sua sfortuna essere bosniaca, musulmana di etnia Rom. Dialogo incerto e tentennante il nostro, devo abbattere, ancora una volta, il muro d’indifferenza, fastidio e pregiudizio che spinge a non parlarsi e porta a studiarsi curiose pur rimanendo chiuse in universi differenti.
La osservo: un paio di jeans puliti, due maglioni, intercapedini di fibra tra la pelle e il cappotto leggero, le offro la colazione, ostinata e curiosa, voglio guardare il suo mondo attraverso quegli occhi nocciola, durante i quaranta minuti di ritardo del Roma/Civitavecchia, parla serena con dignità, come sempre e’ facile abbattere il sottile muro di diffidenza con un sorriso e un gesto gentile che arriva garbatamente inaspettato. Mentre pago il banchista del bar della stazione scuote la testa, il suo pensiero mi arriva diretto come uno schiaffo in pieno volto, tanto è chiara quella manifestazione di dissenso.
Tra un sorso e l’altro mi spiega che lei è fortunata, lei ha scelto il suo uomo, 22 anni, come lei vive degli spiccioli elemosinati ai semafori. Non ha il permesso di soggiorno, vive in un campo nomadi sulla Nomentana, non può dire lo stesso sua sorella, rimasta in Bosnia con tutta la famiglia, lei è stata rapita dai genitori del suo futuro marito mentre andava a scuola, è stata riconsegnata una settimana dopo e fatta sposare di fretta con un uomo molto più anziano di lei che l’aveva scelta come si fa con i capi di bestiame durante le fiere campionarie.Meira ha due figlie, la piccola Armanda e Elena di quattro anni, che va all’asilo, loro non faranno la fine di sua sorella per questo è in Italia.
Ci muoviamo verso il binario in attesa del treno, viene accolta subito nell’allegra comitiva, mi sorprende sempre questo universo di pendolari, Meira vorrebbe lavorare ed io le credo, mi piace pensare che esistano realtà difformi dall’universo di violenza, sporco e sopraffazione che la mia testa è pronto a dipingere appena penso ad un Rom.
Il treno corre veloce verso il mare, noi parliamo dei preparativi per l’unica festa che abbiamo in comune, il capodanno, lei accenna una canzone e mi spiega come preparano l’agnello, mi da’ anche la ricetta, - Faticherò ad accendere un falò in terrazzo – Mi dico dubbiosa.
Mentre parliamo la piccola Armanda si agita, e tira il collo del maglione della madre per scoprirle il seno, lo cerca per attaccarsi, Meira storce il naso e commenta:- Mi fa male ha i dentini ora!
Parte spontanea in un giro di sguardi la colletta per il ciuccio, Laura rimedia un pupazzetto di peluche in borsa, ma Armanda è ostinata Meira cede, bastano poche poppate e già dorme.
- Guarda, già dorme, mentre faccio l’elemosina mi chiedono se gli do qualcosa per farla dormire.. davvero pensate che siamo così bestie? – Mi guarda, il viso si rasserena in un attimo – Tu daresti dei calmanti a tua figlia?- Ingenua e illusa, forse, decido di crederle, mi fa star bene pensarla così.
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 19:23 |
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Nel mio girovagare di scuola, in scuola , viaggi lunghi, scanditi dal rumore di rotaia, si parla tanto, ci si racconta. Francesca ha quasi quarant'anni, lo sguardo vispo da ragazzina, la incontro il giorno della convocazione nella scuola nuova. Lei si catapulta nella mia vita, un turbine di presentazioni, viaggia da anni su quella linea, e pare contenta di aver reclutato un'altra compagnia di viaggio. E' una donna forte, la vita non e' riuscita a spegnere quegli occhi spiritati che si muovono di volto in volto, di storia in storia. Viaggio dopo viaggio, la sua vita mi diventa familiare, il figlio non udente, i primi anni in una scuola speciale, lontano da casa, con un marito assente, che si e' arreso, e' fuggito da un handicap che accresce il livello di incomunicabilità tra genitori e figli, che isola. I primi anni di convivenza con la suocera, 15 persone nella stessa casa, pare di essere tornati al dopoguerra e alle coabitazioni forzate raccontate nelle commedie di Totò. La casa, un altro problema da risolvere, un figlio a cui sente di dovere un'esistenza più normale, la scelta dolorosa di mettere il marito alla porta. La tristezza è un lampo impercettibile in quei bellissimi occhi neri quando ti racconta la sua storia e vuole parlare Francesca, fa la postina lontano da casa, si sveglia da anni ogni mattina per prendere il treno delle sei e quaranta.
Un giorno prende il coraggio a due mani, la casa dell'Ente è chiusa da sette anni, è a poche decine di metri dalla scuola del figlio, finalmente dopo un percorso difficile in una scuola normale. Lei aspetta regolarmente che quella dannata graduatoria scorra, ma non la assegnano e lei? Lei forza, entra e inizia a pagare regolarmente affitto mese dopo mese, come l'affittuario del piano di sopra. E' una storia difficile, perché corre su quel confine impervio che divide l'illegalità dalla legalità. Francesca, ora, ha una casa, ha dovuto lottare per conquistarsi il diritto a pagare l'affitto, a voler esser fiscali, lei quel diritto l'ha rubato. Ho imparato una definizione nuova su quel treno, inquilino senza titolo, ossia un inquilino che pur non avendo un contratto regolare, paga per anni un affitto ad un Ente pubblico, storie di ordinaria povertà, a due passi da casa mia.
Ma su quel treno viaggia un'altra storia. Laura, di qualche anno più giovane, uno sfratto esecutivo, la gravidanza e quella casa al quinto piano, riconsegnata all'Ente alla morte dell'anziana inquilina, perde la possibilità di rinnovare la graduatoria perché nei mesi precedenti alla scadenza del bando, lei è impegnata a far nascere sua figlia. Quelle graduatorie ferme, immobili, quella casa vuota, una figlia appena nata e il terrore del residence comunale, lo leggi tutto nei suoi occhi celesti. Piccole rughe di preoccupazione sulla fronte, di una tenerezza disarmante, le sue carte, il comitato degli inquilini, la figlia che combatte con l'asma e le punture di cortisone, Laura un marito ce l'ha, solo che è flessibile, il lavoro c'è quando c'è, senza tutte quelle seccature dei diritti, ora lavora, ma per quanto? Anche Laura lavora, fa l'impiegata, non è una che entra ed esce di prigione, non spaccia, eppure è additata dagli affittuari "normali", lei è un'occupante abusiva, anche se anche lei da quel maledetto o benedetto giorno in cui ha forzato per entrare, dipende da dove lo guardi, paga affitto regolare all'Ente.
Persone normali che per anni hanno pagato l'affitto sperando che nel paese dei condoni delle megaville al mare, anche per loro fosse possibile pronunciare la parola sanatoria, ne sono già state fatte due nel corso degli anni precedenti al loro abuso, sperando che magari, con un po' di fortuna, fosse possibile anche per loro normalizzare la situazione.
Sperano di riscattare quel vecchio appartamento, in quello stabile dove da anni non vengono fatti lavori di ristrutturazione, ora rivalutato anche per i "normali" a prezzo di mercato, -"anche pagando una multa"- ti dicono, sanno di non esser nel giusto.
Poi la vendita degli edifici dell'Ente ad una società privata, gli inquilini senza titolo non esistono, nessuna opzione per loro, semplicemente fuori, nonostante anni di affitto, loro si riuniscono in comitato, ce ne sono tanti, non sono neanche tutti, quando si contano c'è sempre qualcuno che si tira fuori, che si nasconde, non sono tutte storie pulite come queste, lo so, ma io su quel treno ho incontrato Laura e Francesca, anche loro per una sorta di pudore mi chiedono di celare i loro nomi e se li scelgono, io avevo scelto Franca per Francesca e lei orgogliosa mi fa, e no! Almeno il nome bello lo voglio! Due storie anonime, pronte a scoprirsi se serve, pulite, per quanto possibile. Laura e le sue carte, il comitato che si riunisce a giorni, lei bussa a tutte le porte per ottenere una piccola luce accesa sui suoi grandi problemi, mi chiede qualche foto e di scriverle il verbale dell'assemblea, a me? Io chi sono... che posso fare, il problema è che di spazio ne trova ben poco, quando le dico che vorrei parlarne mi mette tutto il suo mondo in mano, mi riempie di recapiti e mi dice, dai tu che sai scrivere raccontala la mia storia, io che so scrivere? Mi viene da ridere, non scrivo da dieci anni! mi leggono in tre! ma la guardo in faccia e smetto subito, soggetto, predicato e verbo, lei merita altro, merita di raccontarla davvero la sua storia, insieme a quella di altri, e forse non merita me come messaggero, ma io l'ho guardata in faccia, e la sua storia ve la racconto, e' una storia di confine, com'è mio solito sto un passo indietro, voi che fate?
Trascritto senza assunzione di responsabilità:
evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 12:01 |
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Fiocchi di neve alla finestra uniformavano il paesaggio imbiancando gli alberi e le tegole dei tetti, Matteo stava seduto sulla sedia della cucina schiacciando il naso contro il vetro freddo della finestra, ignorando le urla della madre che lo chiamavano a casa per la cena... Stava arrivando Natale, glielo aveva annunciato il babbonatale meccanico del negozio di giocattoli del negozio all'angolo, il suo lento ondeggiare muovendo quella campana senza batacchio... il suo respiro segnava col vapore il vetro, il suo nasino percepiva il freddo esterno trasmesso dal vetro.
Natale, una lista di doni da richiedere a Gesu' Bambino, che lo avrebbero atteso sotto l'enorme albero ancora da allestire in salotto, con quelle palle di vetro che poteva solo osservare e non toccare, che quando cadevano sul marmo della sala facevano quel rumore strano, e si dividevano in tanti piccoli pezzetti taglienti che la mamma correva a raccogliere borbottando... quel doce strano caldo caldo con quella polvere bianca che finiva nel naso, facendolo starnutire, da mangiare con le mani senza cortello e forchetta... Natale, gli zii intorno ad un tavolo a giocare a carte, e la tombola coi fagioli, quella bibita strana con le bollicineche gli era interdetta, ma che il nonno gli passava di nascosto a colmare la misura del suo dito mignolo sul fondo di un bicchiere.
Quel Natale era strano pero', lo zio Ugo non sarebbe venuto, non aveva capito bene il perche', gli avevano detto che era partito, poi la mamma era corsa in cucinae si era messa a piangere di nascosto mentre lavava i piatti, il papa' la aveva raggiunta e si erano messi a parlare piano piano, così piano che per ascoltarli Matteo si era dovuto far piccolo piccolo ed si era dovuto schiacciare contro la porta per riuscire ad origliare... il papap' aveva detto che lo zio non doveva tirare quei volantini in quel teatro e che non avrebbe dovuto esporsi così tanto, che non si poteva far politica coi neri al governo... MAtteo dava ragione al papa', lui aveva capito perche' era tanto arrabbiato: gli avevano detto tante volte che non bisognava buttare le carte in terra e che non bisognava sporgersi dal balcone che si poteva cadere, ma a Matteo non risultava molto chiaro il motivo per cui, quei signori neri di cui parlava il babbo non si fossero limitati a sgridare lo zio anziche' dare fuoco alla tipografia, e come mai poi lo avessero portato in viaggio con loro... e perche' la mamma piangeva? E perche' il papa' aveva detto che da una famiglia di Rossi non ci si poteva aspettare niente di meglio...
Rossi, neri... a lui i colori piacevano, si era fatto comperare un splendido astuccio per riporre tutte le sue matite, il rosso era il colore del carbone quando diventava brace, e da freddo diventava caldo, ma quando era freddo era bello lo stesso perche anche se sporcava le mani lo potevi usare per fare i disegni al posto della matita e disegnare il colore del vapore del treno senza far fatica... Rosso era il colore di babbonatale o quello delle mele, il nero era il colore di tutte le linee, e della liquerizia che mamma gli comprava la domenica dopo la messa... che c'era di brutto nei colori? E gli zii non erano affatto rossi, al massimo rosa scuro d'estate... perche' non capiva? E perche' la mamma si era arrabbiata tanto ed era scappata in camera da letto dopo aver urlatoal papa' che sbagliava che lo zio non era ne' rosso ne' nero era un uomo libero.
Matteo di fronte al suo foglio da disegno dopo aver tirato fuori tutte le matite e aver rifatto ad ognuna la punta ed aver tratteggiato a matita la sagoma dello Zio per farne un regalo per la mamma chiusa in camera: ora si chiedeva: Di che colore e' un uomo libero? Avrebbe voluto scegliere il colore giusto, così la mamma sarebbe uscita sorridendo dalla stanza e lo avrebbe mostrato al babbo e tutto sarebbe andato a posto... magari avrebbero potuto mostrarlo a quei signori neri e lo zio avrebbe passato il Natale con loro, e tutto sarebbe andato a posto, ma di che colore era un uomo libero? Matteo continuava a pensare allo zio, cercando di scegliere tra le matite quella che piu' somigliasse al colore della pelle dello zio, ma per quanto si sforzasse di ricordare a lui sembrava che lo zio avesse la pelle rosa, come la sua, come quella del babbo, come quella di quelli che il babbo chiamava neri... no, non sapeva proprio come fare... solo una domanda senza risposta: di che colore si colora un uomo libero?
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 00:42 |
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Preveggenze
Quel rettangolo di cielo strappato al grigio dei palazzi di periferia Fabio aveva smesso di guardarlo, da tanto tempo, gli stava stretto, troppo stretto, quella finestra la odiava, odiava i miasmi di gas di scarico che venivano da quella strada rumorosa, anche la luce lo disturbava, perche’ si rifletteva su quel rettangolo di colore che teneva il mondo, tutto il mondo a portata di un click, un universo pulito, quasi asettico di parola e immagine, musica, una lampada magica, un doppio click e il desiderio si realizzava all’istante, parola, immagine e suono… nulla era piu’ distante dei pochi cm su cui far scivolare il mouse… doppio click, una carta di credito e migliaia di desideri potevano realizzarsi… in pochi istanti!
Fabio usciva mal volentieri da quella stanza in affitto all’ultimo piano di una palazzina anonima, pochi metri, la sua auto e il tragitto che lo portavano al lavoro, i suoi colleghi che detestava, così piccoli ed inutili, la gente nervosa e sprezzante che faceva la fila davanti al suo sportello, milioni di domande inutili, a cui rispondere, per chiudere ogni volta con la stessa frase: “Guardi che quello che le ho detto e’ in linea… sul nostro sito internet!” Per sentirsi rispondere: “Ma io non ho tempo, poi perche’ dovrei sprecare del tempo quando ho lei che mi risponde gratis?”
Fabio mal sopportava quel lavoro, ma senza quel lavoro non avrebbe mai potuto ricaricare la carta di credito e pagare il suo abbonamento, non avrebbe potuto tenere aperta la sua finestra di silicio sul mondo.
Tutto era possibile grazie alla sua lampada magica, la spesa gli veniva consegnata sul pianerottolo di casa, nessuna fila, niente bambini che si inseguono tra i carrelli, silenzio e musica, doveva solo scegliere, doppio click ed era padrone del mondo…
Si, da quella finestra poteva guardarlo tutto, fare fantastici viaggi, conoscere tatnissima gente, vera, altro che quelle migliaia di sconosciuti vocianti, e poco accorti che si vedeva sfilare ogni gionro davanti allo sportello, loro e le loro stupide domande, c’era un altro mondo che loro non conoscevano, chiusi nelle loro piccole case abbagliati come falene dal lampeggiare folle della Tv, convinti che per conoscerlo il mondo bastasse leggere un giornale e guardare un Tg , poveri illusi! Avevano mai parlato di Iraq con un iracheno? Della posizione della Francia con un francese? Dei matrimoni gay con uno spagnolo? No loro si limitavano a discutere, leggeri, accettando e sottoscrivendo ogni porcheria che quell’incantatore di falene gli propinava, sterili e immobili… e dire che sarebbe bastato così poco per esser diversi, ma loro no, non avevano tempo e quindi Fabio non aveva tempo per loro…
Fabio aveva anche trovato l’amore in linea, Fiocco75 e le sue parole, la sua voglia di sapere e conoscere, le sue storie strambe, tutti quegli uomini, incapaci di fermarsi e leggerle dentro, di fretta come gli altri, ne seguiva muto il racconto, storia dopo storia, capace ormai di prevedere ogni singola mossa, ogni ferita che avrebbero finito per provocarle. Rimaneva spettatore, concedendosi unicamente il lusso di tanto in tanto di scriverle qualche parola di conforto, di dimostrarle il suo esserci a distanza. Poteva immaginarne sguardi e sorrisi, poteva quasi seguire il suosguardo parola dopo parola, ed il suo sorriso fermo bello e vivo che gli dava il benvenuro ogni volta che entrava nel suo sito.
La settimana era lunga da passare, otto ore di tempo buttate, lontano dal suo mondo… la gente la’ fuori non si parlava, non comunicava nulla, troppe parole dette per manifestare e rendere palesi gli egoismi, ma oggi oggi era un giorno diverso, il piu’ bel giorno della settimana Venerdì, avrebbe avuto una lunga lunghissima notte e due giorni da passare nel suo mondo, e sbatter quello reale fuori oltre la porta di casa… aveva ordinato la spesa, tutto programmato, non gli restava che lasciare che la sua auto lo riportasse a casa e la magia si sarebbe compiuta premendo il tasto On…
Ma ogni progetto puo’ venir sconvolto dalle regole del fato, così Fabio dopo la pressione del tasto on pote’ solo assistere impotente ad un piccolo cortocircuito, che con una microesplosione compromise una volta per tutte le sue speranze di connessione…
Non era connesso, quella piccola esplosione poteva avere effetti dirompenti sulla sua vita, la sua finestra sul mondo chiusa e saldata, da quello stupido aggeggio da 40 euro? Fiocco65, il suo sorriso, i francesi, gli iracheni, cielo le ansa, e ora… ora come faceva a sapere cosa stava succedendo la’ fuori? Doveva comperare un altro modem ma la sua carta dopo gli ultimi approvvigionamenti aveva raggiunto il limite massimo giornaliero, e poi dove comperare un modem? Facile si rispose in un attimo: Basta andare online… gia’ ma per andarci occorre un modem accidenti…
Poteva arrivare al centro commerciale domani, ma ora aveva qualcosa di piu’ importante da fare doveva raggiungere Fiocco e avvertirla, aveva il suo cellulare, avrebbe potuto chiamarla, era un anno che si scrivevano non lo aveva fatto mai, non voleva essere uno della lista, non voleva essere uno dei tanti che non la capivano, la usavano e la gettavano in un angolo, lui era diverso per questo non l’aveva mai chiamata fino ad allora… ma ora era un emergenza, non voleva che lei pensasse che la stava abbandonando, dove chiamarla per dirle:
-Pronto? Invisibile ti sei deciso ad affrontare la situazione finalmente!
Quelle parole lo gelarono, rimase incapace di proferir parola, il suo nick, si era il suo nome, si, quella persona all’altro capo del telefono lo conosceva, no… no… doveva esserci un errore…
-Fabio? Che ti prende dopo un anno ti decidi a parlarmi e ora non sai che dire?
Si all’altro capo del telefono c’era una persona che dimostrava di conoscerlo, ma cosa poteva dire lui? Chi conosceva lui, un anno di parole, mezze frasi a indovinare mondi, senza svelarsi mai completamente, ad immaginare sguardi, immaginare… gia’… pensieri in un turbine, sembrava tutto così reale, piu’ reale di … questo…
-Fabio? Ma che hai? Eppure io… io, io te lo avevo fatto capire in mille modi, la didascalia della foto, le mie parole, un anno di parole ma come puoi esser stato così cieco, no anche tu, come gli altri… tu… cieco come gli altri…
Le parole di? Oddio… parlare un anno con una persona e non conoscerne il nome, di? Fabio biascico’ come in un rantolo: Come ti chiami? Ho bisogno di saperlo…
-Claudio, mi chiamo Claudio, per la miseria, non avevi capito niente… un anno di parole e non avevi capito niente? A chi parlavi? Alla foto anche tu? E’ mia sorella! E’ mia sorella gemella! Tutti tutti così, tutti i miei amici al liceo… tu come loro…
Frammenti di discorsi letti mille e mille volte, si! Quella foto a meta’ unico elemento visibile di fiocco65, un braccio, nascosto abilmente da una manica di una camicia alla franceses con un polsino lungo che lascia intravedere la punta delle dita, stretto al poso da un nastro verde, stessa camicia indossata dalla ragazza che richiamava nel colore il verde intenso di due occhi grandi e sorridenti, poco piu’ in basso una scritta in corsivo:
“La mia gemella, così uguali così diverse”
-Oddio… - l’unica parola che riuscì a proferire – poi la conversazione si interruppe…
Fabio rifece il numero, doveva spiegare, capire, doveva… non poteva ferire anche lui il suo piccolo Fiocco65, no lui era diverso non era come gli altri, lui doveva… “Il numero selezionato e’ irraggiungib…” Ma porca miseria! Doveva raggiungere il suo piccolo fiocco, non cambiava nulla… beh oddio…
Aveva bisogno di un maledetto internet point, aperto di sabato sera, dove spiegare, doveva raggiungere il suo piccolo fiocco e spiegare, trovare una soluzione… Accidenti una soluzione? Si trovo’ a parlare da solo all’angolo di una strada trafficatissima, clacson e macchine, gli sfrecciavano a pochi metri, ma non le vedeva, non le sentiva aveva bisogno di una finestra sul suo mondo… il suo mondo gli si stava frantumando davanti, maledetto modem quel rumore quasi impercettibile quella fiammata da accendino stavano mandando in frantumi la sua vita, quella pace che finalmente dopo anni era riuscito a costruirsi, notte dopo notte, parola dopo parola… doveva capire… per fortuna tutta la posta era su server poteva rileggere tutte le mail, scaricarle sul suo pendrive e capire come poteva esser stato così superficiale, ma forse forse, che Fiocco fosse Claudio non importava… in fondo siamo anima, e l’anima non ha sesso, forse era tutto la’, forse si era innamorato dell’anima di Claudio e tutto il resto era ininfluente, forse non aveva mai capito nulla del suo sentire, del suo considerarsi uomo… forse, forse accidenti! Un internet point… ce n’era unoa poca distanza, doveva raggiungerlo rimanere collegato il tempo di scaricare la posta e poi tornare a casa, per rileggere con calma un anno di mail, la risposta era nelle parole, si in quelle parole che avevano percorso km in pochi secondi, doveva ritrovare quella vicinanza che lo aveva tratto in inganno! Si ripeteva: “Siamo anima, anima e parola, il resto e’ finzione, il resto ci limita devo rimanere lucido…”
Quel centinaio di metri che lo dividevano dall’internet point Fabio li percorse in un attimo, i passanti sagome grigie prive di vita, d’emozione che si frapponevano ingombranti tra Fabio e il suo mondo, quello che fino a ieri era stato rifugio in cui ritrovare le certezze e i legami che quel mondo chiuso gli negavano… il suo errore per la prima lo poneva all’esterno di quella realta virtuale, esatto campionamento di quella superficialita’ che riconosceva e odiava in ogni sagoma vuota su cui poggiava lo sguardo, anche lui per una volta falena, abbagliata da un immagine…
Si collego’ al server di posta e scarico’ il contenuto delle cartelle in e out,sul suo pendrive, pago’ il costo della connessione, per scaricare un anno di vita erano bastati pochi minuti, il valore dato dal mondo a quell’anno non arrivava all’euro, provo un disagio strano nel porgere quell’euro al gestore dell’internet point. Gelò ogni tentativo di quest’ultimo di restiuirgli i 20 centesimi di resto, si sentiva in colpa, un anno della sua vita valeva 80 centesimi… meglio far cifra tonda.
Infilo’ le chiavi nel portone, era pesante, estremamente pesante e pensare che solo poche ore prima non aveva neanche fatto caso al fatto che fosse così pesante, tutto preso a raggiungere il suo mondo…
Prese l’ascensore, poggio’ le spalle allo specchio della cabina, doveva essere uno spettacolo mostruoso, sette piani, poi di nuovo la possibilita’ di riprendere in mano la sua vita, o meglio i ricordi di quello che era stato vita, fino a poche ore prima.
Quando l’ascensore si allineò al piano, la porta si aprì di scatto, “Faby sei tu?”
Una voce familiare lo accolse a pochi metri dalla porta di casa sua… rispose con un sorriso muto… “Oh, non sei Fabiana… accidenti nell’aprire al postino, Birba e’ sgattaiolata fuori io nell’inseguirla ho dimenticato di fermare la porta, ed eccomi qua, e oggi Faby e’ uscita col Superuomo, se si ferma a dormire da lui e’ finita! Tu non sai quanto possa essere incosciente quella ragazza, io lo so che dovro’ prendere il pacco di kleneex e ascoltare l’ennesima storia strappalacrime stanotte, ma perche’ voi uomini riuscite ad essere così maldestri… ”
Giorgia, doveva chiamarsi così la sua vicina di casa, aveva attaccato a parlare a mitraglia, impossibile fermarla, tutte quelle parole, stavano riempiendo quel pianerottolo di storie, e soprattutto arrivavano come chicchi di sale sparati da un fucile a pallettoni a colpire i gia’ numerosi pensieri nella testa di Fabio… che stava immobile tenendo aperta la porta dell’ascensore indeciso se compiere quei pochi passi per portarsi allo scoperto in piena zona d’esercitazione o far quel passo indietro che gli consentisse di spingere il bottone per ritornare al piano terra…
“Ho parlato troppo vero?” Ecco, lo aveva capito, come se potesse leggere tra le righe dei suoi pensieri, ora era immobile, ferma anche lei, lo fissava come un leprotto abbagliato dalle luci di una macchina mentre attraversa la strada… “Scusami, e’ che sono stata così tanto tempo qui sola con Birba e lei non e’ di compagnia, guardala li’ ora e’ li’ che dorme sullo scalino… Ma non sai che e’ un animale davvero pestifero? Ne combina sempre qualcuna pensa che l’altro giorno si e’ infilato nell’appartamento 16, sai quello dove abita quella coppia di Arabi, sai che sono dovuti fuggire dall’Iran perche’…“ Lo stava facendo di nuovo parlava parlava parlava un fiume in piena, e lui era ancora fermo sulla porta, incapace di decidersi sul da farsi…”E’ una storia tristissima al loro hanno lasciato una figlia in Iran… ma non e’ questo il punto tu non sai cosa ha fatto questo pericolo ambulante, l’incarnazione felina dell’anticristo, si e’ fatto le unghie sul loro tappeto… per staccarlo da li’ ho dovuto picchiarlo… ecco ora penserai che io sono una che picchia gli animali…” Cielo! Come fermarla! LE pareti sembravano piegarsi sotto la pressione di tutte quelle parole, di quei fatti, come se quel pianerottolo non potesse piu’ contenerne… era terribile, gli iniziava a mancare l’aria…” No! Lo sto facendo di nuovo!” Ora le si leggeva in viso una espressione di rammarico, non doveva aggiungere altro Fabio capiva cosa stava provando, ed era una cosa intensa, una sensazione di tristezza infinita, come se si fosse macchiata di un crimine orrendo… come quando lui aveva rotto il vaso di cristallo della nonna nel salotto buono dove gli era stato per anni interdetto l’accesso, come quella che… oddio che gli stava accadendo aveva voglia di raccontarla quella storia…
“VI DECIDETE A LASCIARE LIBERO QUESTO DIAVOLO D’ASCENSORE? POTRESTE AMOREGGIARE IN CASA? UN PO’ DI CORAGGIO RAGAZZI, IO HO IL CANE INCONTINENTE POI SCENDETE A PULIRE VOI SE CONTINUATE!!”
Giorgia prese la mano di Fabio che teneva la porta dell’ascensore e lo attiro’ sul pianerottolo, la porta dell’ascensore si chiuse alle sue spalle in un rumore sordopreceduto da un leggero cigolio… Ora lo sguardo di Giorgia s’era fatto complice, porto’ l’indice davanti a quella bocca piccola e carnosa e come fanno i bambini scoperti a far qualcosa di male disse a bassissima voce “Shtt.. e’ la signora Bersani, la padrona di Tiglio, il bassotto piu’ grasso che abbia mai visto in vita mia, pensa e’ così grasso, ma così grasso che ha tutto il pelo della pancia rovinato per l’attrito col terreno, sembra una sella piu’ che un cane…” E ripartì con una delle sue dissertazioni chilometriche sui vicini, lo smarrimento di pochi attimi prima dimenticato, e Fabio la’ davanti la sua porta, del tutto incantato… era dannatamente viva, nessuno sforzo d’immaginazione da fare, doveva solamente guardarla e ascoltare, era tutto così dannatamente facile, ripenso’ a tutti i tragitti muti in ascensore, tutte quelle parole e quelle espressioni perse, quel suo intestaridirsi a non guardarla a limitare tutti i contatti a un buongiorno detto a mezza bocca, che idiota era stato era tutto così dannatamente facile, nessuna congettura da fare, Giorgia era vita, che entrava prepotente facendosi spazio a colpi di machete nella sua anima… cosa c’era stato prima che lei aprisse la porta dell’ascensore, troppe parole non risciva a ricordarlo… Chi era la signora Bersani? A che piano abitava, perche’ il suo bassotto era grasso? Si poteva farlo dimagrire? Magari la signora era anziana poteva offrirsi di portarlo lui a spasso povero bassotto grasso, e i coniugi iraniani? Magari quello zio vescovo avrebbe potuto far qualcosa! E si poteva educare Birba… e … Una reazione a catena, incontrollabile a far da pistone l’aria compressa da tutte le parole diGiorgia… Vita… vita da guardare e osservare, non da immaginare tra una riga e l’altra, nelle pause descrittive, ma uomini, donne , animali vivi e colorati, e non distanti chilometri ma pochi metri… Giorgia ed il suo interessarsi pettegoloe curioso alla vita… E lui ne voleva di piu’, voleva sapere… Voleva dar colore a quelle sagome grigie, perche’ cercare di parlare con uno in indonesia se non sai, dannazione, a che diavolo di piano abita la signora Bersani e il suo bassotto grasso!
“Ehi? Ci sei? Sei connesso?” ora Giorgia lo salutava con la sua piccola mano per attirare la sua attenzione,dio com’era tenera… una bambina, quanti anni poteva avere? Diavolo avesse avuto tra le mani qualcosa di scritto da lei sarebbe stato facile, era abile a capirlo… ma così… Ora aveva preso a muovere tutte e due le mani, e aveva un esperessione così incredula e preoccupata disegnata sul volto…
“Ehi parla cos’hai? Oddio.. ho straparlato, ti sto dando noia, magari vuoi rientrare in casa! Ok sto zitta! La smetto… parla tu! MA parla non rimanere così imbambolato mi spaventi!” Era così tenera… Fabio scoppio’ in una risata fragorosa, che riecheggio’ nella tromba delle scale,ripreso il controllo di se’ disse:” Ok,senti prima che conosca in una sola giornata tutto il vicinato, e’ meglio che tu venga da me, non c’e’ nulla che il tuo gatto possa rovinare qua dentro, lasceremo un postit per la tua amica sulla porta, nel frattempo io preparero’ qualcosa da mangiare e tu mi racconterai di tutto il vicinato, voglio sapere tutto quello che mi sono perso in tre anni che vivo, qui…
Giorgia parlo’ per tutta la cena, racconto’ vita morte e miracoli colorando di vita ogni sagoma grigia, continuo’ a parlare accoccolata sulla vecchia poltrona rossa della nonna, mentre sorridente Fabio stava sprofondato nell’altra copia posizionata di fronte…per anni si era chiesto perche’ avesse portato via tutte e due le poltrone dalla casa della nonna, tanto non ospitava mai nessuno, ora ringraziava Dio d’aver compiuto quel gesto inutile, e intanto Giorgia riempiva di parole e vita quella stanza, e Fabio si scopri’ a desiderare che il superuomo non fosse poi così bastardo, e che stesse facendo passare dei bei momentio a Fabiana, e che quei momenti si protraessero per tutta la notte, e si sentì quasi tradito dal collega quando verso le quattro di notte, Fabiana comunico’ il suo arrivo battendo tre volte al muro che le due abitazioni avevano in comune…da perfetto gentiluomo, Fabio accompagno’ Giorgia alla porta, e chiese speranzoso: “Domani mi finisci di raccontare?” Giorgia sorrise e annuì.
Fabio tornò sui suoi passi e quando si rigiro’ verso la porta per chiuderla, provo’ il desiderio di non chiuderla, non riuscì a soffocare l’istinto di socchiuderla. Era giusto rischiare, sì rischiare, permettere anche al male di quel giorno così reale e vivo di entrare.
Il ricordo di Fiocco65 lo raggiunse mentre si preparava alla notte, domani sarebbe andato all’internet point, doveva insegnare a Fiocco ad aprirsi al mondo, il suo fiocco doveva vivere, doveva trovare degli occhi che fissassero i suoi mentre si raccontava, doveva ridere e piangere, ed avere risposta di quel riso, come aveva fatto lui in quel pomeriggio, il suo Fiocco doveva avere il coraggio di cercare un uomo da amare, che si innamorasse dei suoi occhi, della sua anima, delle sue parole, senza giochi di luci e ombre senza chiaroscuri…
Così’ per una volta, Fabio crollo’ sul suo cuscino alla cinque del mattino, senza dover prima arrestare il sistema.
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 19:02 |
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Arrivai in corsia trafelata un pomeriggio d'inverno, addosso l'umido di lacrima e di pioggia che mi seguiva in quei giorni, sensazioni nuove che non mi avrebbero abbandonato presto. Marco, era a letto, pesantemente buttato in un letto di una corsia enorme, grandi finestre a separare esistenze con raggi di luce, silenzio interrotto dal ronzare delle radio che portavano notizie dai campi di calcio, torpore, da dopo pranzo domenicale.
Mi uscì un come stai mentito a mezza bocca, che frase inutile, lo vedevo come stava... racconti d'universita', il mio quotidiano che si intrufolava nel suo, per portare novita', e allegria in tutto quel grigiore che mi disturbava, era mio nonno, il sangue mentiva, non c'entra niente il sangue, sono cose che senti, e quello era mio nonno, quello che ti racconta le storie, quello che ti coccola, quello che aggiunge legna al camino senno' non c'e' atmosfera e le favole non vengono bene, non scaldano abbastanza da sole se non c'e' atmosfera.
Cosi' tra una parola e l'altra, dal letto vicino una signora mi chiede: Evdea, ma tu di dove sei? Mica parli romano te! (Me la fanno tutti questa domanda...) Marco si senti punto nell'orgoglio, lui che da trastevere se n'era dovuto andare lasciandoci il cuore, non lo poteva ammettere il suo fallimento, ebbene sì io non parlavo romano, io che a Roma c'ero nata non parlavo romano? Nun se poteva fa! Si incupì all'istante, mi fece segno di alzargli lo schienale in modo da porter mettersi seduto sul letto ed aver una visuale della stanza, si schiarì la voce, chiedendo attenzione, poi esordì con :" A signo' questa romano nun lo parla ma lo canta" e mi guardo' con un sguardo d'intesa...". Mi trovai a balbettare: " No, Marco nun me lo poi fa' - avevo ben chiaro a cosa si riferisse, il nostro piccolo segreto, uno dei pochi che mi avesse mai sentita cantare, non mi poteva giocare un tiro simile, - "Ma hai visto quanti so' nun e' er caso, eddai, lo sai che nun me piace, poi do' fastidio..."
"No, signorì se figuri, moh semo curiosi, volevo vede' er miracolo" Corale, per un attimo mi ritrovai a sperare in un crollo strutturale del pavimento sotto i miei piedi, poteva succedere se lo avessi desiderato intensamente... attesi qualche minuto, nulla, non successe nulla... Lo sguardo di Marco non ammetteva nessun no in risposta. Sospiraiun Quale? La risposta arrivo' rapida e diretta come saetta: "Quella! ". E non c'era da pensare, Marco mostrava la sua creatura, e non potevo dirgli di no, era una questione d'onore, non glielo potevo negare... Così lentamente cominciai.. " Quanta pena stasera.. c'e' sur fiume che fiotta" cosi' sfortunato chi sogna e chi spera tutti ar monno dovemo soffri' Si' c'e' n'anima che cerca la pace puo' trovalla sortanto che qui... Er barcarolo va... etch" E' stato il suo ultimo tiro, l'ho cantata tutta ad occhi chiusi, non volevo vedere le facce di tutte quelle persone che mi guardavano completamente spaesate, al termine Marco s'uni' nel ritornello, un bel momento credo la mia prima ed ultima esecuzione pubblica, un bel ricordo. Al termine sorridendo a 32 denti aggiunse: "Allora che ve dicevo? Questa romano nun lo parla ma lo canta".
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 19:03 |
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Dalla spiaggia arrivano le voci dei ragazzi che cantano intorno ad un falo' improvvisato con qualche arbusto portato dalla corrente ed asciugato dal sole, e' una canzone allegra, non recentissima, il motivo lo conosco, ma non riesco a ricordare dove lo abbia ascoltato prima. La notte calda incoraggia i grilli ad intonare un accompagnamento dimesso, sottofondo leggero che si mischia al rumore delle onde che si infrangono in capriole di schiuma sugli scogli. Nell'aria salsedine e odor di legna bruciata: hanno bruciato le sterpaglie sulla collina stanotte, le fiamme composte hanno lambito appena il piccolo uliveto, ingrigendo di fuliggine le file sul confine.
Seduta su una piccola sedia di paglia intrecciata, Edda non parla, capelli lunghissimi raccolti con un a precisione impeccabile in una treccia biancoseta che le arriva a meta' schiena, in netto contrasto con l'abito nero, non ricordo di averle mai visto indossare qualcosa di colorato, ad eccezione di un bellissimo cameo di corallo rosso che fa bella mostra di se' sullo scollo, appena pronunciato, dell'abito. Come vittima di un sortilegio, Edda guarda la collina, sgranando lentamente la coroncina del rosario, ma non prega, no, a star bene attenti quella litania neanche si avvicina alle solite preghiere che dice all'ora del vespro. Edda, non sta pregando! Osserva quello che ai suoi occhi velati, puo' apparire come un disastro, difficile comprendere quelle parole che si fermano timorose un istante sulle labbra, per poi scivolare fuori, sussurrate, strozzate dal pianto. " Me lo avete ucciso un'altra volta, me lo avete ucciso un'altra volta, bastardi! Siete camicie nere anche voi, voglio andare da Giulio, voglio salire a monte! "
Si, tra gli ulivi che dominano la baia, in una sera come questa durante la guerra poco prima dell'armistizio, Edda ha perso il suo Giulio, mentre tornava a casa, freddato sulla sua bicicletta rossa, portava dei manifesti clandestini dalla citta', dupo averlo ucciso, hanno intriso i suoi vestiti di benzina e lo hanno dato alle fiamme, assieme ai suoi manifesti, la bicicletta, la parte piu' riconoscibile di lui, abbandonata nell'erba alta, a pochi metri da cio che le fiamme avevano risparmiato. I pochi uomini rimasti in paese, lo hanno sepolto tra quegli ulivi, perche' non c'era tempo di far altro. Se glielo chiedi, Edda ti risponde che lo hanno fatto affinche' potesse vedere il mare, il sorgere del sole, qualche anno ancora e avrebbe visto sbarcare gli alleati, per caso o sfortuna era si era fermato prima. Qualche anno ancora e avrebbe potuto scendere in piazza e gioire con la sua Edda, e il piccolo Bruno, magari avrebbe preso uno di quei bastimenti in cerca di fortuna, e si sarebbe lasciato questa lingua di terra alle spalle,e come per gli altri quella guerra sarebbe stata solo una storia da raccontare in inglese ai nipoti.
Per Edda la vita s'e' fermata a quel giorno, non ha reagito a cio' che ha visto, quando non vedendolo arrivare a casa, alle prime luci dell'alba, ha lasciato il piccolo bruno alla madre e si e' avventurata sulla collina, l'hanno trovata seduta accanto alla bicicletta, lo sguardo perso inumidito dalle lacrime e tra le dita dei frammenti di carta bruciata.
Tutte le volte che si pulisce l'uliveto e' difficile tener calma Edda, Bruno e' diventato un uomo, si e' ritrovato stranamente orfano, perche' da quel giorno Edda s'e' chiusa in un mondo tutto suo, Bruno e' un figlio di guerra, figlio di tutti, la comunita' lo ha cresciuto e accolto, ora fa il fabbro, gestisce una piccola bottega nel centro del paese, non so se sia stato mai bambino diviso tra il suo dover crescere e la madre a cui badare. Non si e' sposato Bruno, lui la sua donna che lo aspettava a casa la sera l'aveva.
Edda ed il suo piccolo mondo muto, il suo quotidiano fermo a quel giorno, sono noti a tutti in paese. Al punto che quando si bruciano le sterpaglie nell'uliveto, Oreste passa sempre a bottega da Bruno ad avvertirlo, perche' mentre le fiamme abbracciano le prime file d'ulivo senza toccarle, una parte di lei sembra uscire da quel torpore, come se quelle fiamme innocue la riportassero indietro nel tempo, l'istinto la chiama lassu' per proteggere il suo Giulio, tutte le volte e' lo stesso, un copione che si ripete ogni anno, solo in quei momenti Edda esce dal suo mondo muto per urlare al nostro tutta la sua rabbia.
Bruno allora paziente cerca di calmarla, quelle braccia forti diventano tenera barriera, per le impedirle di salire. Quando il fuoco ha terminato di consumare le sterpaglie, raccoglie delle rose nel giardino, le lega assieme a formare un mazzetto ordinato con con un legaccio di canapa, poi offre la mano a Edda e le fa: " Saliamo ora, e' tutto passato andiamo a guardare il mare con papa' ", solo allora Edda sorride, lascia il rosario sul tavolo e si incammina per il piccolo sentiero tra viti e ulivi, serena stringendo la mano del suo piccolo Bruno, ed ora sono la' assieme tutti e tre a godersi questa splendida alba.
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evdeae neanche tanto nel pieno delle facoltà mentali!! alle ore 19:05 |
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Favola triste...
C'era una volta un falchetto convinto di saper volare, era nato in un piccolo allevamento caduto in rovina, per alcuni anni aveva vissuto con le altri falchetti addestrati da un bravissimo falconiere, in una piccola voliera poco fuori citta'.
Tutti i falchi della voliera lo guardavano in modo strano, inutilmente, il povero falconiere aveva tentato di addestrarla, ma non era riuscito a piegarne l'indole, ed alla fine aveva desistito, era il suo ultimo esemplare e sfortuna aveva voluto che quell'ultimo addestramento fosse coinciso con il suo primo fallimento, ed all'inizio della sua sfortuna.
Le altre bestiole dicevano che il falchetto non sapeva volare, questo perche' ogni volta che il povero falconiere lo portava assieme agli altri falchi per qualche esibizione, assicurandosi la zampetta alla cintola, una volta tolto il cappuccio, il falchetto rimaneva immobile sul suo braccio.
Ah, si commiserava il falchetto, ricordava troppo bene la sensazione provata quando aveva spiccato il suo primo volo, il dolore provato nell'avere a disposizione tanto cielo, e dopo pochi colpi d'ala la delusione di essersi sentito richiamato a terra dal tendersi del filo, sentirsi prigioniero senza nessun confine da dover valicare, ed allora aveva deciso di non volare, nonostante le punizioni del falconiere, nonostante il suo urlare, nono stante le privazioni, non avrebbe accettato un'imitazione di liberta' condizionata al suo volere, non avrebbe mai accettato di tornare indietro al suo fischio pur avendo voglia di andare, non era volare quello, se ne infischiava di quello che dicevano gli altri falchi, che ne sapevano loro? Tutti intenti a guardare all'interno della voliera e a litigarsi i bocconi piu' buoni facendo inutili moine.
Il caso volle che il falconiere assillato dai debiti vendette in blocco tutte le bestiole allo zoo della sua citta'. Fu cosi' che tutti i falchi furono immessi nell'immensa voliera insieme a tutti gli altri rapaci, il nostro falco scelse l'appoggio piu' vicino alla rete della voliera e rimase li' fermo, gli altri lo canzonavano motivando la sua immobilita' con il timore che il falco aveva per il volo, aggiungendo che ora era chiara e lampante a tutti la sua incapacita' al volo, che ora non c'era' nessuno a imporgli come volare, ora era libero, le sue eran tutte scuse.
Lui rispondeva che quella era solo una gabbia piu' grande e che fuori di la' ce ne sarebbe stata un'altra ancora piu' grande, cosi' fino al confine del cielo, e che quindi non valeva la pena di darsi da fare per volare in cerchio stretti in maglie d'acciaio, per quanto potesse esser grande la voliera, non sarebbe mai stata grande abbastanza e non valeva la pena di volare per fuggire ad ogni ingresso del custode, oltre quella gabbia ce ne sarebbe stata un'altra, e poi un'altra... e allora perche' volare?
Finche' un giorno passo di la' un falco, si poso' sulla rete e disse: " Ehi che fai la ' fermo perche' non voli? " e il falchetto racconto' la sua storia, ed il falco ascolto' attento alla fine aggiunse: "E tu in tutti questi anni perche' non sei fuggito per trovare i confini del cielo, per veder oltre l'ultima gabbia cosa c'e'?"
Allora il falchetto ammise: "Non l'ho fatto perche' ho paura che quel che potrei trovare." Allora il falco aggiunse: " Allora il tuo confine è nel tuo cuore, finche' non troverai il coraggio di passare quel confine, non ha senso che tu lasci questa gabbia." Detto questo riprese il suo volo.
Fu cosi' che un giorno, sul fondo della voliera, venne trovato il corpicino del falchetto, che in un'